S. Messa In Cœna Domini
OMELIA
Giovedì santo
Desio, 28 Marzo 2013
don Giuseppe Corbari
«Andate in città, da un tale, e ditegli:
“Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”» (Mt 26,18)
Attorno a questa mensa, in questa chiesa, durante questa notte, dopo duemila anni di storia ancora una volta un sacerdote celebra lo tua stessa cena, con l’esito di salvezza: la tua presenza reale! Reale è il tuo Corpo, reale è il tuo Sangue, reale è la tua Anima lì contenuta, reale è la tua Divinità presente in quei doni, frutti della terra, della vite e del lavoro umano.
Perché tu sia presente in questo momento, perché tu ci possa salvare con il tuo Corpo e il tuo Sangue hai scelto di servirti degli uomini, nulla fai senza il consenso umano. Questo mi sorprende! Persino la creazione della vita, il concepimento di un bambino, squisita liturgia dell’amore, non può avvenire senza il consenso umano.
Allora ecco: da una parte il sacerdote che rende presente la tua vita, dall’altra gli sposi che rendono presente la vita nei bambini che tu concedi loro di “creare”.
Tu Dio hai scelto di non fare nulla senza il placet umano. Permettimi che, di questo, rimanga sconcertato! Questo mi fa tremare i polsi.
“Andate in città da un tale e ditegli…”
Ecco che hai deciso di avere bisogno anche di quel “tale” affinché ti concedesse la sala del ricevimento per la Pasqua. Perché Gesù hai bisogno di noi? Perché hai scelto di avere bisogno di me prete?
Io mi sento un po’ come quel “tale”, mi hai chiesto di concederti la mia stanza interiore: l’anima! Desidero donarti l’anima! Questa è la mia stanza, qui puoi trovare dimora…
Mi hai chiesto quest’anima, questa vita, mi hai chiesto l’intelletto, il cuore, i sentimenti, l’affetto, il corpo, la fertilità, la vita intera perché tu hai deciso di fare la Pasqua da me, e, perché io possa come prete, offrire la Pasqua domenicale alla tua Chiesa! Come non commuovermi? Come non rimanere meravigliati? Hai proprio bisogno di me? A questo proposito come non ricordare lo stupore del Curato di campagna al cospetto della contessa pacificata: «O meraviglia, che si possa così donare ciò che per se stessi non si possiede, o dolce miracolo delle nostre mani vuote»1. Esattamente con gli stessi sentimenti del “curato di campagna”: meravigliato perché posso donare (per grazia) ciò che in realtà non possiedo. Questo è il miracolo! Nulla puoi attribuire alla mia umanità ma tutto è dono della tua grazia! Se l’Eucaristia dipendesse dalle qualità del prete, per conto mio saresti già spacciato! Avverto tutto lo “scarto” tra ciò che si compie sul palmo della mia mano quando tengo il pane e pronuncio la preghiera di consacrazione e il mio cuore, ancora troppo lontano dalla fede di chi dice “solo Dio basta!”.
Questo scarto è anche la fonte della mia consolazione: nessuna cosa potrà mai separarci da te, neppure un cuore che balbetta poche parole di fede.
Mi consola che Tu abbia scelto Pietro non perché fosse perfetto ma perché lui stesso riconobbe la necessità della tua salvezza, proprio nella sua carne! Pietro è il primo perché è il primo a riconosce la necessità di essere guarito.
Hai deciso di aver bisogno di noi!
Hai deciso di aver bisogno della stanza per la Pasqua, hai deciso di essere sottomesso all’assenso di quel tale, hai deciso di aver avuto bisogno dei nostri piedi da lavare per darci l’esempio! Tu Dio che lavi i miei piedi!!!
Lavi i miei piedi di prete perché senta sempre la necessità di essere purificato dal tuo perdono, dalla tua misericordia. Lavi i piedi di ogni cristiano perché avverta la bellezza e la leggerezza della danza della fede, capace di muovere i passi sul ritmo della tua sequela.
In tutto ciò vi confesso un forte coinvolgimento e anche l’imbarazzo che nasce dal contrasto tra ciò che dirò e farò in questa liturgia e ciò che la mia vita è capace di fare e mostrare nella quotidianità come prete. Vi chiedo di avere pietà ogni volta che noterete questo evidente contrasto!
Ma lui, il Signore, ha deciso di aver bisogno anche di me!
Proprio questa indegnità crea la condizione affinché il “miracolo delle nostre mani vuote” possa compiersi, perché emerga la sua grazia. La “sua” grazia… la SUA grazia!!!
Tutti abbiamo piedi e mani e cuori sporchi! All’inizio di questo Triduo Pasquale, ognuno di noi si renda capace di nuovo del coraggio avuto da Gesù. Il coraggio dell’umiltà. E non era lui a doversi umiliare: tra quei Dodici nessuno si salvava… tutti di lì a poco lo avrebbero abbandonato, rinnegato, tradito.
Ricordate quando Giacomo e Giovanni avevano chiesto al Signore di prendere i primi posti nella gloria? Ebbene, Gesù si toglie le vesti e prende un asciugamano. Giuda ha preso i denari e Gesù si cinge l’asciugamano attorno alla vita. Pietro dirà tre “no”, e Gesù versa l’acqua nel catino e comincia a lavare i piedi. Noi ci riempiamo la bocca di tante parole… Gesù non parla, agisce!!!
Ecco, davanti alla nostra indegnità di partecipare alla sua mensa Gesù ci si fa vicino, perché ci ama, mi ama così come sono. Perché l’amore vero non guarda in faccia; non cerca sorrisi di approvazione, sguardi di compiacimento; non teme occhi pieni di rabbia o lacrime da dovere asciugare; l’amore vero si china ai piedi anche quando sei calunniato, disprezzato e deriso. E quando si lavano i piedi non puoi guardare in faccia la persona che hai davanti. I piedi, anche a differenza delle mani che possono aprirsi e chiudersi, non hanno espressione. Sì, puoi distinguere il piede di un adulto da quello di un bambino, il piede di un uomo o di una donna, il colore della pelle… ma alla fine tutti sono ugualmente bisognosi di essere lavati.
Ne fa esperienza chi accudisce un malato!
Anche Gesù aveva sperimentato cosa significasse avere i piedi lavati… da una peccatrice. Un giorno una donna nella casa di Simone il fariseo era corsa ai suoi piedi, li aveva bagnati con le lacrime, asciugati con i capelli… Una donna, immagine dell’umanità, che esprimeva così tutto l’amore per Gesù.
Ora è Gesù a ricambiare il gesto, non per cercare il perdono, ma per darlo. Ha voluto lavare le impurità, non solo dei piedi degli apostoli, ma di tutta l’umanità … anche le nostre. Ma perché tutto questo? Un gesto così radicale e concreto? Per amore e solo per amore! Un amore sino alla fine! Ma in questo modo amare significa fallire, essere perdenti, essere incompresi! Sì, agli occhi del mondo… Ma agli occhi di Dio no… L’amore vero non è mai un fallimento!
Se l’amore fosse un fallimento, la stessa Eucarestia, sacramento dell’amore, sarebbe un controsenso.
Il problema è che noi non ci crediamo veramente, o almeno che non ci crediamo abbastanza! Perché se credessimo in questo Dio fatto così, subito la vita, noi stessi, le cose, gli avvenimenti, il dolore stesso, la nostra comunità, tutto si trasfigurerebbe davanti ai nostri occhi.
Il mondo ha reso sempre più difficile credere in Dio, nell’amore. Pensate che sono arrivato a credere che persino le parrocchie, per certi versi, non aiutano a credere in Dio! Si mettono davanti le proprie idee, i bisogni, i disaccordi, antiche nostalgie… si è diventati schiavi delle strutture e così si trascura la “grazia” di Dio, che è anzitutto credere in lui, nel Dio di Gesù Cristo!
Ma noi crediamo in Dio? Siamo capaci di pregare?
Gli uomini hanno bisogno di sapere che Dio li ama e nessuno meglio dei discepoli di Cristo è in grado di recare loro questa buona notizia. O noi diventiamo suoi discepoli oppure Gesù non può essere fatto conoscere… Quando Gesù riprende posto a tavola lascia la consegna ai suoi apostoli, ancora stupiti: Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come ho fatto io (Gv 13,15).
Vi dono me stesso nell’Eucaristia, perché anche voi possiate diventare eucaristia per l’altro, anche voi siete chiamati a spezzarvi per il prossimo. Ho bisogno che voi siate eucaristia!!!
«Andate in città, da un tale, e ditegli:
“Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”»
Allora Signore Gesù ti accogliamo nel nostro cuore per esaudire il tuo desiderio di fare la Pasqua da noi! Ma non sarai solo poiché ci saranno anche i tuoi discepoli… chi sarà discepolo farà la Pasqua, quella autentica!
Mi piace concludere con una famosa preghiera al Crocifisso2 di un anonimo fiammingo del XV secolo:
Cristo non ha più mani,
ha soltanto le nostre mani
per fare le sue opere.
Cristo non ha più piedi,
ha soltanto i nostri piedi
per andare oggi agli uomini.
Cristo non ha più voce,
ha soltanto la nostra voce
per parlare oggi di sé.
Cristo non ha più forze,
ha soltanto le nostre forze
per guidare gli uomini a sé.
Cristo non ha più Vangeli
che essi leggano ancora.
Ma ciò che facciamo in parole e opere
è l’evangelio che si sta scrivendo.
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