Anno: 2017

  • La santità: ideale desiderabile al cuore dell’uomo del nostro tempo

    Il mese di novembre, sentito perlopiù come un tempo malinconico, inizia in realtà nel modo migliore, con la celebrazione della solennità di tutti i santi. San Bernardo di Chiaravalle dice: “Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri”. I desideri e la santità? Possono stare insieme? Certo! La vita dei santi è una esistenza riuscita, compiuta, spesso passata attraverso prove. Se compresa bene, la santità è un ideale profondamente desiderabile al cuore dell’uomo e della donna anche del nostro tempo. Pensiamo solo a due santi canonizzati un anno fa: Madre Teresa di Calcutta, che ha saputo incarnare la misericordia di Dio attraverso una compassione profonda per tutte le persone emarginate; Ludovico Pavoni, che ha unito attenzione sociale, educativa e professionale. Quante figure stupende ha la nostra Chiesa! Gianna Beretta Molla, Enrichetta Alfieri, Luigi Monti, Carlo Gnocchi, Luigi Monza, Luigi Talamoni e tanti altri. La solennità di tutti i santi ce li fa ricordare “insieme”, cioè come “comunione dei santi”. Infatti, una vita santa è sempre una “vita in relazione”. L’amicizia tra i santi è uno spettacolo di umanità. Questo ci ricorda che anche noi siamo fatti non per la solitudine ma per vivere in comunione gli uni con gli altri. Da questa solennità discende una luce potente anche sulla commemorazione di tutti i defunti (2 novembre). Pensiamo ai nostri cari “passati all’altra riva”, preghiamo per loro, andiamo a far loro visita al cimitero, sostenuti dalla grande speranza che ha animato la vita dei santi: Gesù, crocifisso e risorto, ha vinto il male e la morte. Il filosofo Gabriel Marcel affermava: “dire ad una persona: ti amo, è come dire: tu non morirai”. Perché l’amore vince la morte. La speranza cristiana ha l’audacia di credere nella “risurrezione della carne”. E’ l’annuncio che tutto quanto abbiamo vissuto in questa vita non andrà perduto, sarà trasfigurato in Dio; ritroveremo i volti che abbiamo amato. I santi sono stati mossi da questa speranza; per questo hanno vissuto “alla grande” e ci invitano a fare lo stesso. 

    + Paolo Martinelli
    Vescovo e Vicario episcopale

  • Gli scaffali della farmacia

    Quando ero piccolo rimanevo sempre affascinato dagli scaffali delle farmacie: così alti, bianchi, puliti. Erano fatti di mille cassetti che si aprivano rivelando un ordine perfetto al loro interno: migliaia di scatole di pillole, sciroppi e pastiglie, una a fianco all’altra sempre perfettamente ordinate. Non capitava mai che il farmacista sbagliasse ad aprire un cassetto, sapeva esattamente dove cercare la cura adatta al male del momento. Per ogni problema, una soluzione pronta in una scatola chiusa che chiedeva solo di essere aperta e di venir consumata secondo il giusto dosaggio.

     

    Avrei capito solo molti anni dopo che quelle scatole non contenevano magiche pillole per ogni male e che, in alcuni casi, non c’era scatola capace di curare determinate malattie.

     

    A volte credo che le persone vivano i vari ambiti della propria vita come se fossero una serie di quegli scaffali, ognuno ben separato dagli altri, ognuno contenente un prodotto adatto all’esigenza temporanea. Non si aprono mai più scaffali contemporaneamente né se ne lascia aperto uno, se no il farmacista rischia di sbatterci contro.

     

    C’è lo scaffale del wellness che contiene i prodotti che rilassano la pelle e prevengono il formarsi delle rughe, i cibi chilometro zero che tengono alla larga pesticidi e coloranti, i momenti di svago e il tempo libero passato con gli amici.

    C’è lo scaffale del fitness pieno di piccoli flaconi al cui interno sono concentrate le ore in palestra, le sedute dal massaggiatore, le corse mattutine, i migliori integratori e le bevande energetiche.

    C’è lo scaffale del lavoro con scatole colme di rabbia, stress, orari, scadenze, solo ogni tanto si trova miracolosamente qualche scatola mezza vuota contenete soddisfazioni e promozioni.

    C’è lo scaffale del piacere, la sua anta è la più larga di tutte, ma sempre perfettamente oliata per permetterne la facile apertura; al suo interno si susseguono una dopo l’altra le bottiglie dei migliori vini, delle birre più corpose e dei superalcolici più pesanti, quando siamo di pessimo umore giochiamo a mischiare tutte queste bottiglie, credendo di trovare la formula magica per la perfetta medicina. In questo scaffale ci sono anche grosse scatole contenenti parti di persone ammucchiate l’una sopra l’altra: le natiche di un amica, il decolté di una conoscente, i pettorali di un vicino, il volto di una sconosciuta, le gambe dell’amica di nostra moglie; sono come quei vasetti pieni di piccole caramelle colorate, una diversa dall’altra, che ci divertiamo a gustare puntando di volta in volta su un determinato colore.

    C’è lo scaffale della famiglia le cui scatole sembrano più che altro pacchi dono, per quanto sono tenute bene, decorate e preziose, al loro interno c’è una scorta d’affetto, una manciata di perdono, alcune dosi di delusione, qualche pastiglia di arrabbiatura e tanti confetti d’amore.

    C’è lo scaffale della fede, ci sono momenti in cui pare nessuno abbia oliato i suoi binari dalla fatica che si fa ad aprirlo, tendenzialmente si apre almeno una volta la settimana, la domenica, manco lo avesse prescritto il medico. Al suo interno lo spazio è occupato da scatole di misericordia, alcuni flaconi di sensi di colpa mischiati con rigidi precetti, qua e là è possibile trovare delle pastiglie di gioia e pace del cuore, di alcune scatole ignoriamo il contenuto, abbandonate da troppi anni e ricoperte di polvere.

     

    Davvero crediamo sia possibile vivere così? Aprendo uno scaffale alla volta e chiudendolo ermeticamente subito dopo? Passiamo da uno all’altro come fossero i canali della TV, facciamo continuamente zapping e non ci rendiamo neppure conto dell’anta che abbiamo appena chiuso, né tantomeno siamo realmente interessati a quella che stiamo per aprire.

    Quando impareremo che una pillola influisce sulle altre, che non si può passare da un flacone al successivo senza pensare alle controindicazioni, che alcune medicine hanno bisogno di tempo e attenzioni prima di fare effetto? Forse basterebbe tornare al di là del bancone e smettere di giocare a fare il farmacista, aprire gli occhi e realizzare che non siamo in un Fai-da-te.

     

    don Pietro

  • Comunità in cammino 15 ottobre 2017

    basilicaCOMUNITÀ PASTORALE SANTA TERESA DI GESÙ BAMBINO – DESIO

    NOTIZIARIO SETTIMANALE DELLA PARROCCHIA SS. SIRO e MATERNO

    COMUNITÀ IN CAMMINO

    Anno 16 – Numero 7 domenica 15 ottobre 2017

    UEL PANE PER TUTTI

    Concludiamo oggi, magari un po’ in sordina, le Giornate Eucaristiche, dove le parrocchie della città convergono intorno all’Eucaristia, riproponendo con un titolo più moderno quello che erano anni fa le SS. Quarantore, con il loro contorno di solennità e partecipazione.

    L’Eucaristia è quanto di più rivoluzionario Gesù abbia lasciato alla sua Chiesa: per questo è compresa solo in parte e non raramente trascurata.

    È trascurata da chi non la frequenta mai, pur dicendosi credente; ma la fede senza Eucaristia rischia il bricolage religioso, dove Gesù viene manipolato da visioni individuali e selettive.

    Trascura l’Eucaristia anche chi viene “se” e “quando se la sente”, riducendo il rapporto con Cristo a un sentimento fluttuante, istintivo, insufficiente a sostenere un percorso di vita.

    Si può trascurare l’Eucaristia vivendola passivamente, come quando si va a uno spettacolo, o per soddisfare un precetto, più che per vivere un incontro fatto di ascolto, risposta, nutrimento.

    E la si può trascurare se gli effetti esteriori (l’incontro con gli amici, la bellezza dei riti e dei canti, il prestigio artistico o storico del luogo ecc.) prevalgono sul dialogo con Dio.

    E la si trascura, infine, se all’uscita nulla è cambiato, se criteri di scelta e stili di vita non sempre in linea con il Vangelo, non sono mutati; se non nasce un desiderio di essere testimoni.

    Mi scrive una mamma: “come posso far venire volentieri mia figlia di seconda elementare a Messa?”. Bella domanda! Chi vuole rispondere?

    don Gianni

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  • Accogliere l’Arcivescovo Mario: la bellezza di un cammino di concretezza

    Ci ha colpito tutti l’intensità della preghiera liturgica e nello stesso tempo la scioltezza familiare con cui si è presentato e noi abbiamo accolto il nostro nuovo Arcivescovo Mario Delpini. Mi è sembrato che questo possa essere lo stile per il cammino della nostra Chiesa: siamo Chiesa che nella celebrazione domenicale contempla l’opera di Dio e nello stesso tempo si sente sicura, aperta, e sciolta. Sicura di essere amata dal suo Signore. Sciolta da paure che non la rendono capace di vedere di quante pietre vive e preziose è composta, e di appassionarsi ad essere un segno della Gerusalemme nuova che l’Agnello va costruendo con il dono del suo sangue. Sciolta dall’inerzia del “si è sempre fatto così” e aperta ad imparare a fare, a tutti i livelli, un “cammino insieme”, che è sempre opera dello Spirito santo, che è disciplinato nell’agire e coraggioso nelle riforme necessarie nel cambiamento d’epoca che stiamo attraversando.

    Abbiamo accolto “l’Arcivescovo”. Noi ambrosiani siamo fatti così: accogliamo l’Arcivescovo perché è l’Arcivescovo, così come accogliamo il Parroco perché è il Parroco. Qualche volta anche noi siamo tentati di personalizzare la figura vescovo, creando tifosi e avversari per i più svariati motivi, ma credo che lo stile dell’Arcivescovo Mario ci aiuterà a ritrovare la scioltezza e la bellezza di un cammino che continua, senza perdere nulla dei passi fatti, anzi valorizzandoli per procedere insieme nel cammino. Personalmente ritengo che il nostro non sia il tempo del “ricominciare da capo” o degli “effetti speciali che ci stupiscono”, piuttosto quello della concretezza, del creare insieme condizioni che ci rendano vicini, solidali, contenti di vedere altri, i piccoli e i poveri, a loro volta contenti.

    Abbiamo accolto l’Arcivescovo “Mario”. Con la sua originalità, il suo stile, la sua storia e il suo cammino. Abbiamo già condiviso con lui molti anni nel servizio alla Chiesa, e moltissimi lo hanno incontrato nelle sue visite alle parrocchie e ai Decanati. “Un editto che vorrei enunciare – ha detto qualche settimana fa scherzando, ma non troppo – è che è proibito lamentarsi su come vanno le cose, ma essere gente che, prendendo visione delle cose, mette mano ad aggiustare questo mondo, senza presunzione di avere ricette già pronte, proprio perché siamo tutti chiamati a mettere a frutto la vocazione che abbiamo ricevuto, ognuno con i propri carismi”. Credo proprio che il nuovo Arcivescovo ci farà lavorare tanto! E ci farà lavorare “insieme”.

    + Franco Agnesi
    Vicario episcopale

  • Comunità in cammino – 1 ottobre 2017

    basilicaCOMUNITÀ PASTORALE SANTA TERESA DI GESÙ BAMBINO – DESIO

    NOTIZIARIO SETTIMANALE DELLA PARROCCHIA SS. SIRO e MATERNO

     

    COMUNITÀ IN CAMMINO

    Anno 16 – Numero 5 domenica 1 ottobre 2017

    OTTOBRE, FESTA E MISSIONE

    All’inizio del mese missionario, il ricordo di Santa Teresa di Gesù Bambino, proclamata Patrona delle missioni dal nostro papa Pio XI, e la Festa del Madunin, sono come un invito a non fermarci alla superficie degli avvenimenti, ma a riflettere sulla Comunità che vogliamo essere e diventare sotto la guida dello Spirito Santo.

    Il Papa ci illumina nel suo Messaggio per l’ottobre missionario dove scrive: “la Chiesa è missionaria per natura; se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre”; e, citando Benedetto XVI, aggiunge: “Ricordiamo sempre che all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte”.

    L’incontro con Cristo apre così a percorsi di pellegrinaggio, esilio ed esodo: “La missione della Chiesa è animata da una spiritualità di continuo esodo. Si tratta di uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo. La missione della Chiesa stimola un atteggiamento di continuo pellegrinaggio attraverso i vari deserti della vita, attraverso le varie esperienze di fame e sete di verità e di giustizia. La missione della Chiesa ispira una esperienza di continuo esilio, per fare sentire all’uomo assetato di infinito la sua condizione di esule in cammino verso la patria finale”.

    La Madonna del Rosario e Santa Teresa di Lisieux ci accompagnino nel nostro cammino.

    don Gianni

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  • Scuola di italiano per stranieri

    A seguire tutte le informazioni della scuola di italiano per stranieri.

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  • Comunità in cammino 24 settembre 2017

    basilicaCOMUNITÀ PASTORALE SANTA TERESA DI GESÙ BAMBINO – DESIO
    NOTIZIARIO SETTIMANALE DELLA PARROCCHIA SS. SIRO e MATERNO
    COMUNITÀ IN CAMMINO

    Anno 16 – Numero 4 domenica 24 settembre 2017

    UNA FESTA COME UNA SINFONIA

    È il tempo della festa patronale, festa della Madonna del Rosario, punto di riferimento per la
    parrocchia della Basilica e, se possibile, per l’intera città.

    Il programma è piuttosto vario, non tanto per riempire le giornate, ma per il desiderio di
    praticare linguaggi diversi e favorire l’incontro delle persone: c’è l’aspetto religioso con le sue
    celebrazioni (da evidenziare il ricordo dei 120 anni dalla morte di S. Teresa di Gesù Bambino,
    avvenuta il 30 settembre 1897, con la preghiera di mercoledì 27), il divertimento con il teatro
    per grandi e piccoli, la condivisione della tavola intorno ai menu proposti in cucina, qualche
    proposta culturale come la proiezione del film sul card. Martini e il concerto serale in Basilica
    di sabato 7 ottobre (memoria liturgica della Madonna del Rosario), altre attrazioni artistiche e
    ludiche, alcune in collaborazione con il Comune.

    Le particolarità desiane, oltre ai concerti di campane e della Banda, saranno presenti negli stand
    di associazioni e gruppi che prestano servizi in città e nella comunità: le abbiamo invitate
    perché nella festa patronale possano emergere anche esperienze di solidarietà, di cura del
    proprio quartiere, di vivacità del volontariato e dell’attenzione alle persone.

    La festa vorrebbe diventare ben più di una vetrina, dove mostrare qualche gioiello, ma
    un’occasione di fraternità e di incontro. La misura della sua riuscita sarà la crescita di relazioni
    buone, di amicizia, di gioia dello stare insieme: una sinfonia di strumenti e di voci.

    don Gianni
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