Autore: Paolo Redaelli

  • IL CENACOLO

    IL CENACOLO

    Il Cenacolo di Leonardo da Vinci è uno dei vertici della pittura di tutti i tempi: da ormai 500 anni questo capolavoro affascina chiunque si avvicini per ammirarlo.

    La sua storia. Leonardo aveva circa 40 anni quando lo dipinse nel refettorio della Chiesa di S. Maria delle Grazie a Milano su incarico di Ludovico Sforza detto il Moro, che da qualche anno lo aveva accolto e gli aveva dato fiducia e libertà di agire nei più diversi campi e interessi. Dopo 4 anni di intenso lavoro, nel 1498 l’artista termina il dipinto, fra la generale ammirazione. Dopo pochi anni, però, la tecnica utilizzata dal maestro – che gli consentiva molti ripensamenti in corso d’opera – si rivela fragile e inizia a deteriorarsi.

    Ma qual è il segreto di questo dipinto soggetto abbastanza comune agli artisti di ogni tempo?
    Il genio toscano sceglie di rappresentare il momento in cui Gesù, nel corso della cena pasquale, annuncia che sarà tradito da uno dei suoi apostoli e in particolare nell’istante che segue quella dichiarazione, in cui si scatenano le reazioni dei dodici. Un’interpretazione del genere, con una simile sensibilità e intensità nessun artista l’aveva mai concepita: al pittore, sono le sue parole, interessa raffigurare “i moti dell’animo”, le espressioni, i sentimenti, visti nella loro naturalezza, una rivoluzione per l’epoca. Possiamo vedere allora le figure dei discepoli che paiono ritrarsi ed è come si muovessero con le diverse posizioni delle mani, del busto, dello sguardo. Come se un’onda in partenza dal centro della tavola, dove c’è Gesù, si propaghi ai due estremi della stessa e poi, come in un riflusso, ritornasse al centro: si percepisce allora lo stupore e l’incredulità nel volto di Pietro e degli altri a causa dell’inaspettata notizia .
    Gesù al centro. In questo vortice solo Gesù è solo e siede al centro della scena, il capo un po’ inclinato: il suo sguardo non va sui volti degli apostoli, ma è rivolto verso la tavola e fissa il pane e il vino che stanno per essere donati. Il suo turbamento è ben espresso da uno sguardo pensoso, preveggente dell’imminente destino di tradimento e di morte. Destino a cui tuttavia il Cristo non si rassegna, ma si consegna con consapevolezza, con l’abbraccio: persino per il traditore si aprono le braccia. Proviamo allora anche noi a entrare idealmente in questa sala in cui si possono rivivere, con un pizzico di emozione, quegli istanti. Noteremo un ultimo dettaglio: da qualsiasi punto la si guardi ci si sente direttamente coinvolti, partecipi nel profondo. Un miracolo di prospettiva creata dall’inclinazione della tavola: tutto parte da Cristo e tutto torna a lui, i nostri sguardi calamitati dal suo volto. Spinti ad andare oltre, verso la finestra e il paesaggio alle spalle che collega la terra al cielo.
    Vito Bellofatto

  • Notiziari parrocchiali Settimana Autentica

    Per la Settimana Autentica, 28 marzo – 4 Aprile

    San Giorgio

    San Giovanni Battista

    Santi Pietro e Paolo

    La Fonte

    San Pio X

    Basilica SS. Siro e Materno

  • MISSIONARI UCCISI NELL’ANNO 2020

    MISSIONARI UCCISI NELL’ANNO 2020

    Nell’anno 2020, secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides, sono stati uccisi nel mondo 20 missionari: 8 sacerdoti, 1 religioso, 3 religiose, 2 seminaristi, 6 laici. Negli ultimi 20 anni, dal 2000 al 2020, sono stati uccisi nel mondo 535 operatori pastorali, di cui 5 Vescovi.

    GLI OPERATORI PASTORALI UCCISI DAL 1980 AL 2019

    Secondo i dati in possesso dell’Agenzia Fides, nel decennio 1980-1989 hanno perso la vita in modo violento 115 missionari. Tale cifra però è senza dubbio in difetto poiché si riferisce solo ai casi accertati e di cui si è avuta notizia. Il quadro riassuntivo degli anni 1990-2000 presenta un totale di 604 missionari uccisi, sempre secondo le nostre informazioni. Il numero risulta sensibilmente più elevato rispetto al decennio precedente, tuttavia devono essere anche considerati i seguenti fattori: il genocidio del Rwanda (1994) che ha provocato almeno 248 vittime tra il personale ecclesiastico; la maggiore velocità dei mass media nel diffondere le notizie anche dai luoghi più sperduti; il conteggio che non riguarda più solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma tutto il personale ecclesiastico ucciso in modo violento o che ha sacrificato la vita consapevole del rischio che correva, pur di non abbandonare le persone che gli erano affidate. Negli anni 2001-2019 il totale degli operatori pastorali uccisi è di 485.

    In questo periodo, flagellato dalla pandemia di Coronavirus, non possiamo dimenticare che “tra le membra sanguinanti del corpo di Cristo” vanno annoverati centinaia di sacerdoti e di religiose, cappellani ospedalieri, operatori pastorali del mondo sanitario, come anche Vescovi, che sono venuti a mancare durante il loro servizio, prodigandosi per aiutare coloro che erano colpiti da questa malattia nei luoghi di cura o per non ridurre il loro ministero. I sacerdoti sono la seconda categoria, dopo i medici, che più ha pagato in Europa il suo tributo al Covid. Secondo un rapporto parziale del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, da fine febbraio a fine settembre 2020 sono morti nel continente a causa del Covid almeno 400 sacerdoti. Tra questi non sono pochi i missionari e le missionarie che dopo aver consumato lunghi anni in terra di missione annunciando il Vangelo di Gesù Cristo, sono morti colpiti dal virus, che ha avuto il sopravvento sul loro fisico, logorato da una vita trascorsa per gran parte tra le privazioni e le difficoltà delle missioni.

  • Vite intrecciate

    Vite intrecciate

    Per celebrare la ventinovesima Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri abbiamo scelto lo slogan 
    Vite intrecciate.
    Il missionario martire è tessitore di fraternità: la sua vita si intreccia con quella dei popoli e delle culture che serve e incontra. L’umanità intera intreccia la propria esistenza con quella di Cristo, riscoprendosi così tralci della stessa vite.

    La veglia è occasione per ringraziare il Signore delle vite donate dei nostri fratelli e sorelle nel mondo. La celebrazione del martirio è l’atto di fede più alto in assoluto. Gesù sulla croce è morto per noi. I missionari martiri, come il Maestro, resistono di fronte a situazioni difficili fino alla morte, non come eroi, ma come compagni di strada delle popolazioni che sono chiamati a servire.
    È nel servizio, lo spirito del dono di sé, la testimonianza concreta di quella fede che hanno abbracciato e portato avanti con tenacia.

    Celebriamo la veglia per i Martiri Missionari nella chiesa
    dei Santi Pietro e Paolo, Via Santa Caterina – Desio Venerdì 26 marzo alle ore 20,30 (verrà trasmessa anche in streaming)

  • Traditio Symboli

    Traditio Symboli

    L’espressione latina Traditio Symboli trae origine dal cammino catecumenale: fin dai tempi antichi esso prevedeva la “consegna del Credo” ai catecumeni che si impegnavano a renderlo concretamente presente nella propria vita.

    Ecco perché la veglia celebra la consegna del patrimonio prezioso della fede ai catecumeni e ai giovani da parte della Chiesa: «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1 Gv 1,3).

    Quest’anno a causa della pandemia non potremo ritrovarci tutti insieme. L’Arcivescovo presiederà la celebrazione in Duomo.

    Gli altri gruppi giovanili diocesani ed i loro educatori sono invitati a seguire la veglia di preghiera attraverso la DIRETTA TV e WEB di SABATO 27 MARZO che sarà trasmessa alle ore 20.00 su Chiesa Tv (canale 195 del digitale terrestre), sul portale www.chiesadimilano.it e sul canale youtube.com/chiesadimilano.
    In differita su Radio Mater alle ore 21.10.

  • Notiziari parrocchiali V° quaresima

    Per il periodo 21 marzo – 28 marzo

    San Giorgio

    San Giovanni Battista

    Santi Pietro e Paolo

    La Fonte

    San Pio X

    Basilica SS. Siro e Materno

  • Notiziari parrocchiali IV° quaresima

    Per il periodo 14 marzo – 21 marzo

    San Giorgio

    San Giovanni Battista

    Santi Pietro e Paolo

    La Fonte

    San Pio X

    Basilica SS. Siro e Materno

  • Domenica detta “del cieco nato”

    Il tema che lega le letture di questa domenica è la luce.

    La luce è il dono della vista e della fede che Gesù fa al cieco dalla nascita (Vangelo). Ora di fronte alla luce, che è Gesù, c’è chi apre gli occhi, e c’è chi fa finta di non vedere, come i farisei che rifiutano Gesù perchè rivela un Dio troppo diverso dai loro schemi. Anche oggi si ripete questa situazione: c’è chi rifiuta a priori il mistero di Dio o che questo possa rivelarsi; non accettiamo un Dio che non interviene per distruggere i cattivi; in particolare, poi, rifiutiamo che il Signore possa servirsi di persone umili, semplici, per richiamarci al senso vero delle cose e della vita.

    C’è chi non vuole fare una scelta definitiva per non sentirsi coinvolto e compromesso: è l’atteggiamento di quando diciamo, “credo, ma ho una mia morale”, quando confondiamo il rispetto degli altri, con la paura a manifestare le nostre idee.

    Ma c’è chi accoglie questa luce e crede. È l’atteggiamento del cieco, una persona alla ricerca di uno che lo salvi. È disposto a tutto pur di riavere la vista, ed è premiato con la guarigione e il dono della fede. Una fede che matura a mano a mano, dichiara il cieco: quell’uomo è un profeta, viene da Dio.

    Chiediamoci a chi assomigliamo: ai farisei che non si lasciano mai mettere in discussione? O al cieco, che è disponibile a scoprire quanto il Signore fa per lui ed è coraggioso nel testimoniare la sua fede a tutti?

    don Alberto

  • San Giuseppe,  l’uomo che passa inosservato

    San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato

    A 150 anni dalla proclamazione , per opera di Pio IX, a Patrono della Chiesa universale, Papa Francesco ci ricorda nella sua Lettera apostolica Patris corde (con cuore di padre), la figura di San Giuseppe e gli dedica un anno speciale, con indulgenza plenaria, fino all’8 dicembre 2021.

    «Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà», assicura Francesco, secondo il quale «San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza».
    In questo testo Papa Francesco usa diverse definizioni che vogliamo qui riportare.
    Padre amato: per il suo ruolo nella storia della salvezza San Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano.
    Padre nella tenerezza: Giuseppe ci insegna che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca.
    Padre dell’obbedienza: in ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani.
    Padre dell’accoglienza: tante volte, nella nostra vita accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il significato. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire misterioso, egli lo accoglie. La vita spirituale che ci mostra non è una via che si spiega, ma una via che accoglie. Inoltre ci invita ad accogliere gli altri, senza esclusione, così come sono, riservando una predilezione ai deboli, perché Dio sceglie ciò che è debole.
    Padre del coraggio creativo: Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della redenzione. Egli è il vero “miracolo” con cui Dio salva il Bambino e sua madre. Il figlio dell’Onnipotente viene nel mondo e si fa bisognoso di Giuseppe per essere difeso, protetto, accudito, cresciuto. Dio si fida di quest’uomo.
    In questo senso San Giuseppe non può non essere il Custode della Chiesa.
    Padre lavoratore: il lavoro di San Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. La perdita del lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle, dev’essere un richiamo a rivedere le nostre priorità. Imploriamo San Giuseppe lavoratore perché possiamo trovare le strade che ci impegnino a dire: nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!
    Padre nell’ombra: lo scrittore polacco Jan Dobraczynski definisce la figura di Giuseppe nei confronti di Gesù, l’ombra sulla terra del Padre Celeste e così ne ha esercitato la paternità per tutta la sua vita. Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti.
    Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto.
    Cari uomini, a giorni sarà la festa di San Giuseppe. Solitamente festeggiamo anche la festa dei papà, ma davanti a questa figura che prima è stato uomo, poi sposo e padre mi sembra doveroso estendere una preghiera particolare a tutti gli uomini, indistintamente.
    Dedico a voi tutti un brano di Don Tonino Bello, tratto dal libro “Il vangelo del coraggio”.
    Più che un brano è una poesia che diventa preghiera:
    “Dimmi Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse in un mattino di primavera mentre tornava dalla fontana del villaggio…?
    O forse un giorno di sabato mentre conversava sotto l’arco della sinagoga? Quando ti ha ricambiato il sorriso e poi tu la notte hai intriso il cuscino con lacrime di felicità…?
    Poi una notte sei andato sotto la sua finestra e le hai cantato le strofe del Cantico dei Cantici. E la tua amica si è alzata davvero, ti ha preso la mano nella sua e lì, sotto le selle ti ha confidato un grande segreto. Ti ha parlato di un angelo del Signore, di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo.
    Solo tu il sognatore potevi capirla. Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore e le dicesti tremando “per me rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi Maria”.
    Lei rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente”.
    Auguri e che il Signore benedica tutti voi!

  • L’abbraccio del Padre, un grande abbraccio

    È così che abbiamo cercato di spiegare il Sacramento della Riconciliazione ai nostri bambini. Il catechismo proponeva a questo scopo due momenti: la parabola della pecora smarrita, in cui, di fronte a chi si allontana, il pastore reagisce andandolo a cercare e riaccogliendolo nel gregge, e la parabola del Padre misericordioso dove questo padre, nonostante tutto, è sempre pronto ad accogliere con il suo amore il figlio che si è allontanato da lui.

    Il percorso aveva lo scopo di abituare i ragazzi a raccontare la propria esperienza, guidandoli a comprendere e individuare i peccati per cui chiedere perdono, leggendo la qualità delle loro relazioni con Dio, con se stessi, con gli altri e con il mondo. In questo contesto è stato efficace l’utilizzo dell’immagine della croce: le sue braccia sono protese verso l’alto (Dio), orizzontali (se stessi e gli altri) e verso il basso (il mondo).

    Abbiamo molto insistito affinché la coscienza del peccato non servisse a generare nei bambini sensi di colpa, ma desiderio di ritornare all’amore del Padre riconoscendo le proprie mancanze, senza dimenticare che il perdono ricevuto è fonte di gioia anche per tutta la comunità della Chiesa. Abbiamo cercato di aiutarli a rileggere le loro azioni confrontandole con i tratti della vita di Gesù, insistendo per questo con la necessità di partecipare alla Messa della domenica, per individuare il peccato, che consiste appunto nell’allontanarsi da Lui. Speriamo di averli guidati a vivere l’esame di coscienza come profondo dialogo con il Signore e non come freddo elenco di regole trasgredite.

    A fronte di questo nostro impegno, i bambini hanno reagito con tanta emozione soprattutto nel momento della celebrazione, durante la quale è stato commovente l’abbraccio finale con i propri familiari. Speriamo sia giunto chiaro ai ragazzi quanto grande è la bontà e la misericordia di Dio Padre che, col suo perdono, ci riconcilia con Lui, con noi stessi e i nostri fratelli.

    Marina Doni

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