In parrocchia troverete un raccoglitore per le offerte che contribuiranno al progetto di aiuto per il Sud Sudan
Uno dei pilastri del periodo quaresimale è l’elemosina e viene spontaneo pensare al “fare” l’elemosina, ovvero prendere una moneta e metterla in un cestino. Ma cosa cambia in me questo gesto? In pratica nulla, io mi sento tranquillo perché “ho dato”, non importa se non so niente di quello che si farà con la mia offerta, è compito di altri, non so nemmeno di chi. Non penso nemmeno che quel “dare” del mio superfluo risponde solo a un obbligo di giustizia, un atto dovuto per ogni essere umano.
Altra cosa invece è condividere l’essenziale, qualcosa di importante della nostra vita. “Non posso restare indifferente al grido di disperazione di tante persone, affamate non solo di pane ma di dignità”, ripete in continuazione Papa Francesco. Condividere significa conoscere la realtà, informarsi, aprire gli occhi: gli strumenti li abbiamo, nessuno può dire di non sapere di quanto accade intorno a noi e nel mondo intero. Condividere è accorgersi dell’altro, interessarsi al mio prossimo, anche quando vive distante da me.
In questo periodo Caritas Ambrosiana ci chiede di dirigere il nostro sguardo verso una delle centinaia di crisi dimenticate nel mondo, guerre o emergenze umanitarie che scorrono quotidianamente nel silenzio generale. Parliamo del Sud Sudan, uno dei paesi più giovani al mondo, diventato indipendente dal Sudan da 10 anni. Ha 13 milioni di abitanti e, a più della metà, manca dell’essenziale per vivere per una vita dignitosa, è in continua fuga, dalle violenze, dalle cicliche inondazioni, dalle malattie, Covid compreso. La gente non sa come si vive in pace -dice Nicoletta Sabetti di Caritas italiana- e le cifre parlano di almeno 500mila vittime delle guerre di questi anni. Nonostante il paese sia ricco di risorse naturali manca tutto, strade, acqua, luce, medicine e la gente è costretta a fuggire nei campi profughi, spesso in altri paesi come l’Uganda. Ma al tempo stesso mantiene la speranza di riprendersi con le proprie forze. Caritas rimane al loro fianco, con programmi che vogliono formare e coinvolgere le persone nella costruzione di progetti sociali come orti collettivi, piccole fattorie, scuole. Investire non solo nelle strutture ma sulle persone, sui giovani, per un avvenire di pace.
Sfruttiamo l’occasione che ci viene data dal gesto di carità proposto in questa quaresima. Usciamo dal nostro piccolo mondo e condividiamo quanto abbiamo e ciò che siamo con chi non ha nulla, allargando il nostro sguardo ai bisogni dell’altro, sia esso il nostro vicino o la gente del Sud Sudan.
Anche per questo anno pastorale il Servizio per la Famiglia della Diocesi di Milano propone la Giornata di Spiritualità per le Famiglie della Diocesi, dal titolo «Imparare a stare al mondo» (M. Delpini).
Domenica 21 marzo 2021 ore 15 per le famiglie – zona V di Monza
“Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” Imparare l’arte di stare al mondo In famiglia stili di vita per una vera sapienza
(Mario Delpini)
Programma:
ore 15 Accoglienza in piattaforma e breve introduzione
ore 15,15 Canto di inizio: salmo 90
ore 15,30 Proposta meditativa a cura di Rosaria e Giuseppe Conti (coppia di sposi che ha vissuto un’esperienza di vita missionaria, come famiglia, in Camerun)
ore 16,15 Dialogo in coppia con la possibilità di utilizzo dello strumento del padlet per mettere in comune parole, frasi, immagini…
ore 16,45 Ripresa assembleare per confronto e condivisione
ore 17,15 Preghiera conclusiva Benedizione, saluti e ringraziamenti
Vi invitiamo a registrare la vostra ISCRIZIONE cliccando su https://tinyurl.com/210321-pfmonza per poter ricevere le credenziali di accesso alla piattaforma on line
Lunedì 8 marzo, in tutto il mondo, sarà celebrata la Giornata Internazionale della donna, ricorrenza che in questo particolare periodo mette ancora più in evidenza le fatiche e le difficoltà che le donne ovunque stanno vivendo. Le donne del Consiglio Pastorale della nostra Comunità Pastorale desiderano in questa occasione raggiungere ogni donna di Desio, offrendo alla fine delle S. Messe di sabato 6 e domenica 7 marzo una preghiera di Santa Teresa di Calcutta e un invito a condividere un percorso di fraternità, come suggerito da Papa Francesco e come indicato anche dal nostro Arcivescovo Mons. Delpini nel Discorso alla città dello scorso 4 dicembre con il suo accorato Tocca a noi.
Un progetto per il futuro della nostra comunità: con questo sottotitolo è stata lanciata a Natale 2020 la campagna di raccolta fondi per la sostituzione della copertura della cupola della nostra imponente Basilica. Don Gianni Cesena ha recentemente detto che “in gioco c’è l’identità della città di Desio intorno al proprio simbolo”, emblema “della presenza e dell’opera di una comunità che cerca di abitare e di collaborare con la città”. Assume dunque grande significato il cantiere che verrà avviato a breve (quando saranno espletati tutti i passaggi burocratici del progetto) e che porterà alla sostituzione delle 28 mila scandole in ardesia che ricoprono la cupola. C’è bisogno del contributo di tutti per sostenere l’oneroso intervento (servono circa 800 mila euro): già oggi è possibile farlo attraverso un bonifico o rivolgendosi alla segreteria parrocchiale. Presto verranno pubblicizzate nuove modalità, anche originali, per partecipare alla raccolta fondi. Inoltre stanno per partire numerose iniziative di sensibilizzazione: concorsi a premi per ragazze e ragazzi, un video contest per adolescenti e giovani e la proposta di un’arena estiva dove troveranno spazio le proposte delle associazioni cittadine. Si sta inoltre lavorando ad un documentario a puntate e alla realizzazione di un sito web dedicato. Ci saranno tante proposte, nella condivisione del senso di un cammino che mira a ritrovare un’anima comune.
OFFERTE PER IL RESTAURO
Fin dal 2019, appena evidenziato il danno alla cupola, la generosità dei parrocchiani si è prontamente messa in moto con donazioni e offerte che, negli anni 2019 e 2020, sono ammontate a 83.000 euro.
Ciò ha permesso di affrontare le prime spese di messa in sicurezza e progettazione per 60.000 euro circa. Nel gennaio 2021, dopo il lancio ufficiale dell’iniziativa Salviamo la cupola, la raccolta risulta di € 10.000. Nel mese di febbraio ammonta a 9.675,42 euro.
C’è bisogno del tuo sostegno
Lascia il tuo contributo nell’apposita cassetta situata in Basilica
Effettua un bonifico bancario a Parrocchia SS. Siro e Materno IBAN: IT54N0344033100000000286300 Causale: Cupola Basilica Desio
Se vuoi contribuire con donazioni particolari o proporre iniziative finalizzate a sostenere il progetto, rivolgiti alla Segreteria Parrocchiale da lunedì a venerdì, ore 9.00-12.00 Tel. 0362-621678; Mail: basilica.desio@tiscali.it
Questa la missione delle due realtà religiose presenti da molti anni nel nostra città: le Ancelle della Carità e i Missionari Saveriani. Suor Lucia e Padre Emmanuel ci raccontano la storia della loro presenza tra noi partecipando attivamente alla vita della nostra Comunità.
Ancelle della Carità
La Congregazione delle suore Ancelle della Carità nasce a Brescia nel 1840, fondata da Paola Di Rosa che, divenuta religiosa con il primo gruppo di compagne, prende il nome di suor Maria Crocifissa fino all’anno della sua morte nel 1855 e risponde con le sue Figlie all’appello di Cristo ovunque l’uomo le chiami: ospedali, assistenza parrocchiale e catechistica, assistenza educativa, assistenza morale.
L’Istituto Paola Di Rosa, in Desio è al servizio dell’educazione dei giovani dal 1896. La scuola si configura come comunità educante in cui genitori, docenti, educatori e suore accompagnano l’alunno dall’inizio del percorso scolastico fino al suo inserimento nel mondo del lavoro. Via S. Pietro 16 – 20832 Desio (MB) +39-0362-621649 info@paoladirosa.it – www.paoladirosa.it
La presenza delle Ancelle della Carità a Desio è una storia lunga di ben 125 anni. Dalla cronistoria del Collegio “Paola di Rosa” apprendiamo che le Ancelle della Carità furono chiamate all’Ospedale di Desio nel 1836. Poco dopo, accanto a quella assistenziale ebbe inizio anche l’opera educativa. La signora Luigia Brughera diede alle suore ospedaliere la gestione del Collegio femminile sito in Piazza Castello. Fedeli ad un carisma ricevuto per essere a sua volta donato, la nostra presenza si concretizza in una complessa opera educativa.
Il Collegio “Paola di Rosa” è sede di una scuola Cattolica in cui vengono promossi i valori della cultura, della solidarietà, della legalità, della giustizia e della pace che sono alla base di ogni convivenza e trovano la loro origine nella dignità di figli di Dio propria di ogni uomo.
L’intera comunità delle Ancelle dedica intelligenza e cuore nell’ambito educativo con stile di accoglienza e di servizio, tessendo così buoni rapporti interpersonali in una concreta collaborazione con tutta la cittadinanza desiana.
Inserite nel contesto sociale a pieno titolo, facciamo nostre le gioie e i dolori, i problemi delle persone e viviamo in solidarietà con tutti un impegno quotidiano per compenetrare il tessuto sociale di principi cristiani e di valori civili.
Nello Spirito del nostro carisma di carità siamo disponibili ad un cammino di condivisione con i sacerdoti e la Comunità parrocchiale in cui siamo inserite e a cui apparteniamo. Curiamo l’iniziazione cristiana, la Catechesi e l’accompagnamento nel cammino di crescita dei ragazzi e degli adolescenti in un concreto dialogo con le famiglie, i catechisti e gli animatori. Condividiamo con i giovani un percorso di riflessione e di ricerca delle verità. Partecipiamo ai vari “Consigli pastorali parrocchiali” e come ministri straordinari dell’Eucarestia. Viviamo accanto alle persone anziane, ammalate e ai loro familiari ricordando sempre che “l’Ancella è venduta alla Carità” e che è a disposizione completa di questa virtù.
Se ci chiedete quali progetti abbiamo qui a Desio, vi rispondiamo che il futuro è nelle mani di Dio, il presente è un dono, un talento da far fruttare al meglio. Il passato è riconoscenza alle tante sorelle che in Desio hanno dato il meglio di sé donando gioventù, forze e vita. Non vorremmo che si interrompesse questa catena di amore, custodi di una tradizione e di una consegna ricevuta ricordando che “a nessuna opera di carità l’Ancella si reputerà straniera”, essendo consacrata a tutti con il solo nome Ancelle della Carità.
Vorremmo che il Signore facesse prosperare per la Sua infinita bontà il nostro servizio, pur nella precarietà del numero, delle forze e dell’età.
Missionari saveriani e desiani: una storia piena di gratitudine
Quella di Desio è una storia d’amore tra i missionari saveriani ed i cittadini desiani che inizia a scriversi subito dopo la seconda guerra mondiale. I missionari saveriani hanno grande stima di papa Pio XI, considerato grande papa missionario moderno. In 74 anni a Desio tante storie si sono incrociate. Accogliendo i missionari, avete accolto nel vostro cuore il mondo intero. Pregando per i missionari, avete pregato per l’umanità intera. Accompagnando i missionari, avete aperto il vostro cuore a tante persone. Aiutando i missionari avete aiutato il popolo cui siamo inviati in 21 nazioni, sparsi in 4 continenti. L’unico progetto che possiamo, insieme, avere per il futuro, è quello dell’Amore che va oltre le frontiere geografiche, linguistiche, culturali, morali, religiose, ecc. Il grande sogno rimane, perciò, “fare del mondo una sola famiglia”. I saveriani arrivano a Desio il 15 febbraio 1947 e il giorno dopo, mons. Giovanni Bandera annuncia alla popolazione che i Missionari di Parma aprono a Desio. La gente è contenta e ha parole di simpatia. I missionari prestano servizio in Parrocchia confessando tutti i giorni, si impegnano nelle celebrazioni eucaristiche, nella formazione delle comunità cristiane. Quello che caratterizza i missionari, fin dall’inizio, è una ventata di internazionalità, di universalità della Chiesa: dal film (“Alveare”) ai presepi internazionali, dalle mostre ai teatri. L’11 maggio 1977 i Missionari si spostano dalla villa Tittoni all’attuale sede. Nella nuova casa vengono formati i giovani che desiderano consacrare la loro vita per l’annuncio del Vangelo. E quando i missionari saveriani compiono 50 anni a Desio, il Cardinale Martini, arcivescovo di Milano, scrive: “Gli Istituti Missionari, infatti, sono espressione e strumento della missionarietà della Chiesa universale […] Voi Missionari di Desio, vi siete dedicati da tanto tempo e con passione per la formazione alla sensibilità missionaria e nell’animazione della comunità […] e vi auguro quindi di proseguire nella strada intrapresa affinché tutte le nostre parrocchie crescano e assimilino quello stile missionario che caratterizza le autentiche comunità cristiane”. Oggi cosa fanno i missionari saveriani? Prima di parlare del fare, mi sembra opportuno spendere due parole sull’essere missionari. Dio ha posto, gratuitamente, il suo sguardo sul missionario, il quale si sente amato, benedetto, scelto e chiamato. Rispondendo sì alla chiamata del Signore il missionario avrà come compito principale/primordiale la preghiera da cui scaturirà, di conseguenza, lo zelo per condividere con fratelli e sorelle quanto lui stesso si sente amato e desidera che ogni persona faccia la medesima esperienza. Tutto il resto viene in conseguenza della Comunione con Dio e, quindi, con ogni persona soltanto perché è immagine e somiglianza di Dio. Il missionario annuncia quindi il frutto della sua esperienza quotidiana: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt28,20). Anche se vengono meno le forze fisiche ed economiche, la salute, i progetti, l’unica cosa che rimane è l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo inteso come uno straniero/sconosciuto, un carcerato, un malato… Negli ultimi anni ci dedichiamo all’accompagnamento dei gruppi missionari in alcuni decanati della V zona pastorale, nei ministeri vari (celebrazioni eucaristiche e confessioni) a Desio e nei paesi limitrofi, in alcune attività diocesane, nella formazione alla mondialità nelle scuole, nel dialogo interreligioso e interculturale perché gli itinerari che oggi la Chiesa ci propone sono il cammino del dialogo, dello scambio culturale, della promozione delle comunità cristiane di base, del servizio qualificato, all’interno del nostro carisma, alla Chiesa.
Missionari saveriani e desiani: una storia piena di gratitudine
Quella di Desio è una storia d’amore tra i missionari saveriani ed i cittadini desiani che inizia a scriversi subito dopo la seconda guerra mondiale. I missionari saveriani hanno grande stima di papa Pio XI, considerato grande papa missionario moderno. In 74 anni a Desio tante storie si sono incrociate. Accogliendo i missionari, avete accolto nel vostro cuore il mondo intero. Pregando per i missionari, avete pregato per l’umanità intera. Accompagnando i missionari, avete aperto il vostro cuore a tante persone. Aiutando i missionari avete aiutato il popolo cui siamo inviati in 21 nazioni, sparsi in 4 continenti. L’unico progetto che possiamo, insieme, avere per il futuro, è quello dell’Amore che va oltre le frontiere geografiche, linguistiche, culturali, morali, religiose, ecc. Il grande sogno rimane, perciò, “fare del mondo una sola famiglia”.
I saveriani arrivano a Desio il 15 febbraio 1947 e il giorno dopo, mons. Giovanni Bandera annuncia alla popolazione che i Missionari di Parma aprono a Desio. La gente è contenta e ha parole di simpatia. I missionari prestano servizio in Parrocchia confessando tutti i giorni, si impegnano nelle celebrazioni eucaristiche, nella formazione delle comunità cristiane. Quello che caratterizza i missionari, fin dall’inizio, è una ventata di internazionalità, di universalità della Chiesa: dal film (“Alveare”) ai presepi internazionali, dalle mostre ai teatri.
L’11 maggio 1977 i Missionari si spostano dalla villa Tittoni all’attuale sede. Nella nuova casa vengono formati i giovani che desiderano consacrare la loro vita per l’annuncio del Vangelo. E quando i missionari saveriani compiono 50 anni a Desio, il Cardinale Martini, arcivescovo di Milano, scrive: “Gli Istituti Missionari, infatti, sono espressione e strumento della missionarietà della Chiesa universale […] Voi Missionari di Desio, vi siete dedicati da tanto tempo e con passione per la formazione alla sensibilità missionaria e nell’animazione della comunità […] e vi auguro quindi di proseguire nella strada intrapresa affinché tutte le nostre parrocchie crescano e assimilino quello stile missionario che caratterizza le autentiche comunità cristiane”. Oggi cosa fanno i missionari saveriani? Prima di parlare del fare, mi sembra opportuno spendere due parole sull’essere missionari. Dio ha posto, gratuitamente, il suo sguardo sul missionario, il quale si sente amato, benedetto, scelto e chiamato. Rispondendo sì alla chiamata del Signore il missionario avrà come compito principale/primordiale la preghiera da cui scaturirà, di conseguenza, lo zelo per condividere con fratelli e sorelle quanto lui stesso si sente amato e desidera che ogni persona faccia la medesima esperienza. Tutto il resto viene in conseguenza della Comunione con Dio e, quindi, con ogni persona soltanto perché è immagine e somiglianza di Dio. Il missionario annuncia quindi il frutto della sua esperienza quotidiana: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt28,20). Anche se vengono meno le forze fisiche ed economiche, la salute, i progetti, l’unica cosa che rimane è l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo inteso come uno straniero/sconosciuto, un carcerato, un malato… Negli ultimi anni ci dedichiamo all’accompagnamento dei gruppi missionari in alcuni decanati della V zona pastorale, nei ministeri vari (celebrazioni eucaristiche e confessioni) a Desio e nei paesi limitrofi, in alcune attività diocesane, nella formazione alla mondialità nelle scuole, nel dialogo interreligioso e interculturale perché gli itinerari che oggi la Chiesa ci propone sono il cammino del dialogo, dello scambio culturale, della promozione delle comunità cristiane di base, del servizio qualificato, all’interno del nostro carisma, alla Chiesa.
Conflitti interni e cambiamenti climatici hanno causato insicurezza sociale e alimentare e una conseguente instabilità economica in questo Paese africano. Oltre la metà della popolazione necessita di assistenza, resa difficile e rallentata anche dall’emergenza dovuta alla pandemia. Caritas Italiana e Caritas Sud Sudan realizzano diversi interventi:
avvio di attività agricole generatrici di reddito;costituzione di fattorie dimostrative;
formazione al dialogo e alla riconciliazione tra etnie differenti e percorsi di riabilitazione a chi ha subito traumi a causa della guerra civile;
distribuzione in fase di emergenza di prodotti alimentari e sanitari.
In ogni parrocchia troverete un raccoglitore per offerte destinate a contribuire al progetto nel quadro della Quaresima di Fraternità promossa dalla Diocesi di Milano
Così in nostro Arcivescovo descrive Luca Attanasio, ucciso da un attentato in Congo. «Nell’educazione cristiana le radici del suo impegno»
Pubblichiamo il messaggio di cordoglio dell’Arcivescovo per l’uccisione dell’ambasciatore Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista, Mustapha Milambo.
È stato ucciso un uomo buono, un diplomatico competente, un giovane intraprendente e, insieme con lui, sono stati uccisi un carabiniere e il loro autista: sono vittime di una violenza incontrollabile e devastante. Mentre mi preparavo a far visita ai nostri missionari in Kinshasa l’ambasciatore Luca Attanasio mi ha fatto visita a Milano, il 7 luglio del 2019. Ricordava il suo passato in oratorio, la sua educazione nella comunità cristiana, le radici della sua scelta professionale in una considerazione della fraternità universale che nella sua stessa famiglia si è realizzata. Quando sono stato a Kinshasa, a proposito dell’Ambasciatore Attanasio ho raccolto parole di stima, di gratitudine, di apprezzamento per il suo modo di vivere la missione, per la moglie e il suo impegno per opere di solidarietà, per il personale dell’ambasciata che rappresenta il governo italiano in Congo. Sono stato a far visita all’Ambasciata e quindi ho incontrato i carabinieri che vi prestavano servizio, presumo quindi anche il carabiniere Iacovacci. Anche per questo è più profondo e personale il dolore per la morte di persone dedicate al loro dovere, che hanno interpretato il servizio diplomatico come una forma di solidarietà tra i popoli, hanno mostrato la disponibilità a farsi carico della povertà desolante di un Paese ricco di risorse, la rabbia incontenibile di una popolazione troppo tribolata. L’evento tragico che oggi commuove il nostro Paese scuote l’indifferenza che talora ci paralizza, invita alla preghiera che ci apre orizzonti, costringe a pensare e a sentire la responsabilità di mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo. Mario Delpini Arcivescovo di Milano
Riassumiamo in queste pagine i punti principali della predicazione che i sacerdoti della nostra Comunità hanno fatto durante i giorni dedicati agli Esercizi Spirituali che si sono appena conclusi.
Prima serata: Fratelli senza frontiere
don Paolo
Nella prima sera degli esercizi spirituali quaresimali sono proposti alla nostra riflessione due testi: dal Vangelo di Marco (12,28-31) e dall’enciclica di Papa Francesco Fratelli Tutti (n. 2 e 4).
Riflessione sul Vangelo Amare il Signore più di tutto e tutti i fratelli conduce ad amare i fratelli più e meglio di prima perché è proprio questo che ha vissuto Gesù, il suo amore preferenziale per il Padre lo ha portato a rimanere nel tempio dodicenne, a lasciare la sua casa ed i suoi affetti, lo ha condotto ad amare gli uomini fino al dono della vita perché portato per mano da quello Spirito che è il segno dell’amore del Padre per noi e che spinge il nostro cuore verso Dio e, di rimando, verso i fratelli. Dio non è geloso dell’amore che gli portiamo, ma se chiede di essere amato con la medesima intensità è perché sa che lo Spirito compie in noi questa trasformazione e che nella forza sua, il nostro amore per gli altri viene totalmente rivitalizzato, purificato da ogni egoismo e scandito dalla totale gratuità. In tal modo, amare Dio al di sopra di ogni cosa porta a vivere la bellezza dell’amore anche con le persone che ci sono accanto perché queste saranno amate in Dio, in quell’amore suo che nessuno esclude e tutti accoglie.
Riflessione su “Fratelli Tutti”. Questa lettera affonda le sue radici in un preciso incontro interseconda serata religioso e mostra senza reticenze il suo carattere religioso e il suo appello. Una verità trascendente non costituisce un fardello, bensì un dono che rende più stabili le radici del nostro comune agire. La fede è la nostra sorgente, è parte di come noi possiamo nominare la realtà e andare oltre la desolante indifferenza della nostra epoca. Per questa ragione, l’enciclica ha ben chiaro il peso della responsabilità che grava sulle comunità religiose. In modo non scusabile, i leader religiosi hanno tardato a condannare le pratiche ingiuste, passate e presenti. Anche le religioni hanno bisogno di pentimento e di rinnovamento. Fratelli tutti le esorta a essere modelli di dialogo, mediatrici di pace e portatrici di un messaggio d’amore trascendente ad un mondo affamato, cinico e senza radici. Occorre promuovere una paziente educazione a scoprire come il dialogo interreligioso non sia questione riservata ai soli competenti, ma riguardi la vita di fede di ciascuno, chiamato a vivere nell’esistenza quotidiana fianco a fianco di persone di altre fedi, sul lavoro, nella scuola e nel quartiere. Le comunità cristiane, pur evitando ogni occasione di confusione o sincretismo, sono così chiamate ad essere accoglienti verso i fedeli di altre religioni, anche organizzando in propri spazi e/o strutture attività di conoscenza e socializzazione.
Seconda serata: Un estraneo sulla strada
don Marco
Il passaggio tra “il mondo chiuso” descritto nel primo capitolo della Fratelli tutti ed il “mondo aperto” delineato successivamente, è segnato dalla parabola evangelica del “buon samaritano”. Come dire: il passaggio dalle “ombre” di questo mondo alla “fratellanza universale” è un’utopia astratta ed ideologica o una morale etico-sociale impossibile, se non passa dall’accoglienza di una Parola (per grazia!) che tocca la nostra coscienza. Parrebbe cosa abbastanza ovvia che un papa fondi sul vangelo un suo discorso; eppure, in questa lettera enciclica, papa Francesco riesce a superare già i “confini” dell’appartenenza religiosa cristiana; realizza il contenuto di quanto scrive già nella forma della sua lettera. Il papa cattolico, proprio perché fonda la sua anima e la sua missione nel vangelo di Gesù, apre la lettura della parabola del “buon samaritano” alla comprensione di tutti. Va premesso che la parabola del buon samaritano presenta già una situazione di carità che va al di là dell’appartenenza o della classificazione etnica e religiosa (motivo per cui già lo stesso Gesù, che la raccontò, non fu capito da tutti; anzi poteva creare un certo imbarazzo o scandalo tra gli uditori intransigenti). Nel contesto del vangelo noi cristiani sappiamo che il vero “buon samaritano” è Gesù, un Dio che si fa a noi vicino. Tuttavia, nel contesto dell’enciclica Fratelli tutti, la parabola assume un significato universale. Mi fermo ad alcune espressioni contenute nei paragafi 66-68: • “Il testo ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini”. • “L’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri”. • Quella del buon samaritano è “l’unica via di uscita” di fronte a tanto dolore.
Terza serata: Nel Mondo
don Alberto
Ci accompagna nella meditazione ancora la parabola del Samaritano: ci ricorda che non dobbiamo fare un elenco del prossimo d’amare, ma di farci prossimi di tutte le persone che il Signore ci fa incontrare sulla strada. Il Papa, nella sua Enciclica, distingue così i personaggi del racconto. Da una parte il sacerdote e il levita che avendo un ruolo importante da svolgere, non degnano di uno sguardo il malcapitato che per loro è un “Signor nessuno”. Dall’altra parte il Samaritano che, libero dalle strutture, è disponibile a venire incontro al poveraccio, anche se giudeo. Spesso -ricorda Francesco- la funzione sociale, la struttura del gruppo di appartenenza, la difesa della propria identità porta alla chiusura verso il prossimo, quando questo non conta socialmente o per i propri interessi economici o politici. Il Card. Martini, nella sua Lettera Pastorale “Farsi prossimo” elenca alcune cause di questo disinteresse: la fretta (non si ha tempo per fermarsi a guardare in faccia chi si aiuta), la paura di rimanere coinvolti e, infine, la delega a chi si ritiene più preparato e adatto al compito …per non scomodarci, per non sporcarci le mani. Ma riflettiamo anche sul Vangelo di Mt. 25 che riporta il Giudizio finale. Il giudizio positivo o negativo dipende dal fatto che si sia stati capaci di riscoprire il volto di Gesù nell’affamato, nel nudo, nel forestiero, nel carcerato. Il peccato più grave è la “distrazione”. Ma allora la preghiera, la Parola, l’Eucarestia a che cosa servono? A essere in comunione con Gesù che è sempre stato attento ai poveri (materialmente e spiritualmente) rivelando loro con “compassione” l’amore del Padre. In comunione con il Signore, tocca a noi, ora, rivelare questo amore a tutti i livelli : familiare, sociale, economico e politico.
Quarta serata: COSTRUIRE LA PACE DELLA UNICA E COMUNE UMANITÀ
Il dialogo interreligioso e la tolleranza sono al centro della conclusione degli esercizi quaresimali. “Cercare Dio con cuore sincero” è il percorso tracciato da papa Francesco, incastonato perfettamente nel messaggio che Padre Emmanuel, ha voluto testimoniare. Ha parlato di un’educazione alla logica del dialogo, dell’incontro tra religioni e culture diverse per fare risplendere la testimonianza dell’amore di Dio di cui siamo portatori. “Se si vuole promuovere il dialogo interreligioso è urgente e fondamentale spostare l’accento dalla superficialità causata da ignoranza, pregiudizi e, di conseguenza, dalla cristallizzazione di paure verso la profondità, lo stupore, la stima e la curiosità. Tutti elementi capaci di scrutare il Mistero nascosto in ogni religione”. Ha ripreso le parole del teologo gesuita Christoph Théobald: il punto di partenza per la comprensione della persona non è la dottrina, la teoria su Dio e la religione, bensì l’esperienza concreta, l’amicizia, il vissuto quotidiano avendo la capacità di apprendere l’identità più profonda dell’altro. “L’esperienza del dialogo a Desio è un esempio concreto – ha aggiunto – Pakistani, bengalesi, indiani, marocchini, tunisini, italiani si sono presi per mano per dire no al terrorismo, agli attentati, alle violenze, ad ogni forma di pratica che disumanizza l’umano. La bellezza del percorso del dialogo a Desio sta nel perseverare, nel cercare di custodire, curare la comune fratellanza umana già macchiata da tante violenze”. L’umano è capace di terribili atti, ma è possibile cercare di educare alla convivenza pacifica, che parte in primis da noi, che siamo parte dell’unica e unita comune umanità, l’Ubuntu per gli africani.